“Miotica” anno 2016

“Miotica” nell’opera di Marco Puca, è innanzitutto una visione. Una modalità di visione del mondo. L’idea di partenza di Puca per questo ciclo espressivo, origina dal fenomeno medico consistente nella diminuzione del diametro delle pupille, che nella fisiologia si verifica come risposta (e difesa) quando l’occhio è colpito da un’intensa sorgente luminosa.

Dunque è come se l’artista guardasse le cose e gli oggetti circostanti attraverso gli occhi socchiusi, quasi a filtrarne le percezioni e le fisionomie consuete ed abituali, a favore di una visuale più anomala, insolita e forse più pregnante.

Ciò comporta nell’artista e nello spettatore che guardi l’opera, un minimo “sforzo”che è più mentale che non visivo e che consenta l’accomodazione oculare ma su ciò che non è visibile, che non c’è. E che dunque diviene rappresentazione di un paesaggio interiore o comunque interiorizzato dall’artista.

Puca, attraverso questa visione “miotica” raggiunge un’acutezza ben più efficace della semplice messa a fuoco, perché ciò che per lui è importante, è mostrare le cose come non sono realmente, rivelandone il loro aspetto fantasmatico ed essenzialmente enigmatico, che non può essere colto da una visione normale e naturale delle cose.

In questo ciclo di acquarelli, Marco sottolinea ancora di più, attraverso la fuidità che e tipica di questa tecnica, anche la fluidità del mondo, la rarefazone della luce sui paesaggi. l’evanescenza delle cose terrene. Così anche un paesaggio reale,assume nelle opere di Puca, un’aura di misteriose evocazioni, di sembianze consuete ormai trapassate in una dimensione irreale.

Se l’Arte è visione del particolare che diviene universale,la pittura di Puca ci rimanda ad una prospettiva più sotterranea e recondita, nascosta nelle armonie/disarmonie della psiche che anela ad una semplice complessità: quella che permette di vedere oltre le cose, attraversandole e non fermandosi alla loro mera apparenza.

Nei paesaggi di Puca la luce è essenziale alla materia così come pure alla visione.D’altronde come ci avvisava Kafka, “con una luce fortissima si può dissolvere il mondo”. E partendo da questo abissale pensiero anche l’artista tenta di cancellarlo per ricrearne una o molteplici, straodinarie epifanie.

Maria Rita Montagnani


Conversazione tra artista e curatore; “Miotica” di Marco Puca

L’incontro con l’artista diviene uno scambio e dono della sua realtà. L’artista dona l’opera assieme alla sua percezione sensibile, la quale si animerà ulteriormente per via di chi la riceve. Quando incontrai per la prima volta Marco Puca e vidi le sue opere, capii che era marcato da grande spessore e profondità e che si esprimeva nell’immediatezza attraverso la sua opera. Sorgeva nella sua presenza un tutt’ “uno” di “essere” e “vivere” nella dimensione creativa. La scia che emanavano le sue opere si presentava nei miei occhi come l’ombra dell’uomo si presenta a sé stessa nella trasparenza, nelle varie sfumature di forma; sorgendo dal giusto compromesso con la luce, l’ombra ci appare più dilatata nello spazio e in altri casi più sfocata nei contorni leggibili. Attraverso una simbiosi tra artista e opera diviene inevitabile respirare immensamente il suo “essere” nel tempo e nell’arte.

Quando mi ha raccontato del suo ultimo lavoro, il quale ha le sue basi nella Miotica, mi sono accorta che istintivamente, senza riflessione conscia, percepivo la stessa parola “Mi – Otica” come biforcata imposizione leggibile che nel proprio equilibrio diveniva uno specchio, ovvero la chiara posizione presa dall’artista nel confermare la sua “Mi – Otica” e, dall’altro canto, quella dell’osservatore che replica la propria: “Mi – Otica”.

Nella “Mia – Ottica”, osservando queste opere liquide, mi sorge la convinzione “logica” che presumibilmente mi trovi nell’area geografica delle Marche con i suoi paesaggi incantati, una suggestione che conduce, credo, alle origini dell’artista, poiché Marco Puca è nato e vive ad Ancona. Ovviamente tale suggestione va a braccetto con l’idea presa in prestito da percorsi storici-geografici e con legami nativi che la storia e l’arte ci mostrano nella complessa vita di un artista. Però, in tal caso, nella magia del caos costruttivo che l’opera rivela, si elegge un pensiero laterale che evidenzia nella “mia” ottica l’assenza identitaria geografica dell’opera; assenza di lucidità e nitore di chi la osserva; assenza di punti di riferimento nella visione indistinta tra immagini e oggetti; occorrenza di limitatezza di campo per portare in superficie timide linee e ampie vedute.

Sembra che l’artista voglia sfidare chi entra in contatto con gli “acquerelli panoramici” e non rimanere passivo sia fisicamente, come necessità di movimento fisico per compiere una cosciente lettura, attraverso il movimento di “socchiudere gli occhi”, le palpebre, e per aumentare la profondità di campo dell’opera e per una più nitida lettura dei passaggi; sia intellettualmente, poiché gli “spettatori” possono trovarsi in un dilemma esistenziale, ovvero nella necessità di determinare e percepire oggetti lontani e vicini contrapposta ad una impossibilità di poter mettere a fuoco e vedere con nitidezza ciò che stanno osservando, essendo preclusa la possibilità di creare una visione lungimirante.

Una tale sfida conduce la “mia” ottica verso il vivere quotidiano. Quest’ultimo diviene espressione dei dilemmi con cui la società e l’arte si confrontano. Percepisco egualmente sia nelle opere di Marco Puca sia nel quotidiano vivere, l’assenza di una visione lungimirante, intendendo con tale sintagma una capacità di agire per tempo grazie a un puntuale e consapevole ante vedere; tale assenza può determinare una visione sfocata del reale e del futuro. Cause tra altre di tali traversie potrebbero essere rintracciate nella densità degli impulsi e nella grande quantità di informazioni che si devono gestire ed elaborare nel nostro essere immersi in notizie e immagini. Questa lettura si può tracciare nell’opera dell’artista anche soltanto osservando la mancanza di segni, dettagli o di colori vibranti e al contempo, nelle delicate e continue sfumature e sfocature dell’immagine. È come se si avesse la percezione che l’immagine rappresenti la resistenza del pensiero, il quale ricerca costantemente di organizzare e riconoscere tali immagini sfocate, e che quindi può considerarsi come un’invocazione profonda che marca la raffinatezza dei sensi.

Inoltre, credendo fermamente nel “gioco” e nell’incontro equo e costruttivo tra curatore e artista, ho posto delle domande che non necessariamente, credo, necessitino risposte, ma che devono essere lette come uno scambio reciproco di pensieri. Naturalmente, le domande vanno incontro al manifestarsi della “Mi-Otica” dell’artista.

Testo di Rezarta Zaloshnja