“Racconti di Marca” anno 2019 | Macerata

La pittura è viva!

Nel panorama dei molteplici contesti espressivi in cui si esprime e si manifesta ciò che definiamo arte contemporanea la pittura non è rimasta a guardare. Essa ha incorporato via via nelle sue immagini l’immagine fotografica, l’immagine video, l’immagine digitale, le immagini delle scienze, quelle della società e del mondo reale. Non si è trattato di fare il verso a quegli ambiti  extra artistici, per essere contemporanei, ma di individuare la loro natura, struttura e storia, per recuperarne gli elementi pittorici che potessero dare vita ad una nuova forma di rappresentazione del mondo.

Sospesa tra la schiacciante superiorità dell’immagine tecnologica e i mezzi resistenti della sua tradizione – il quadro, la tela, la carta, la cornice, i pigmenti –  la pittura ha ritrovato vigore e le ragioni della sua esistenza. Il suo stesso spessore storico ha costituito una leva per “reinventare il medium”, secondo il concetto di Rosalind Krauss che individuava nella pittura di Jackson Pollock l’esempio cardine di questa idea. Le caratteristiche note della pittura d’azione di Pollock, le pratiche pittoriche da lui adottate, non sono state il risultato di trovate momentanee o soluzioni a problemi circostanziali, ma hanno tratto alimento dalla storia della pittura moderna e sono diventate nuove regole, sintassi, convenzioni di linguaggio, cioè la base di un medium. Nell’epoca dell’incertezza e della mancanza di prospettive sicure, la pittura sente il bisogno di riscoprire un canone, inteso come artificio storiografico, rivolto a stabilire un’interna coerenza formale del linguaggio. L’artista deve improvvisare ma sono le regole a dare un senso alla sua invenzione. Reinventare un medium, dunque, significa anche determinare un nuovo paradigma per il concetto di stile.

La pittura è anche lo spazio in cui si affronta la questione cruciale del rapporto tra bìos e tecnologia, nel momento in cui si interroga sulla realtà delle cose. Il fatto che il reale transiti ormai quasi esclusivamente attraverso l’immagine elettronica è un interrogativo inquietante e intrigante allo stesso tempo, che ripropone i termini di ciò che è vero o falso, della realtà e della sua falsificazione, ma anche della sua stess a esistenza, secondo la definizione di “iperrealtà” posta da Jean Baudrillard, quando la realtà diventa il suo simulacro ingannevole, quando i segni cessano di significare qualcosa di reale, quando ai bisogni si sostituiscono i desideri e tutto diventa manipolabile.

Oggi si parla di pictures, in riferimento alle immagini immateriali fatte di pixel e megabyte trasportate istantaneamente in ogni parte del mondo; invece di produrre varietà e diversità esse hanno generato uniformità e omologazione del mondo sopraffatto dalle immagini, diventato piatto e banale, in cui diventa difficile creare l’immaginario.
Quindi gli artisti ci dicono qualcosa di molto importante per noi. Le immagini che ci circondano e in cui siamo immersi non sono spontanee ma manipolate, bisogna fare molta attenzione alla loro costruzione interna e applicare le coordinate critiche tradizionalmente riferite all’arte, lo spessore filosofico, concettuale, storico, come una gui da anche per affrontare criticamente il mondo in cui viviamo.

Ponendosi come alterità possibile rispetto al pratica della prestazione e del consumo, gli artisti cercano di edificare nuovi punti di riferimento, tornare a produrre simboli in grado di interrogare l’ansia e dare una nuova forma alle prospettive umane. La materia vivente della pittura, in quanto natura naturans, attività generatrice, la figurazione sempre sospesa tra visibile e invisibile, rivela che il suo obiettivo non è tanto l’oggetto di rappresentazione ma la sua sostanza, la sua materia, la sua storia, il suo senso metafisico. In questo modo la pittura si mette di traverso al sistema delle immagini del mondo contemporaneo, sostituendo alla dittatura della persuasione e dell’apparenza quella dell’evocazione e dello “svelamento”.

Racconti di Marca presenta in questa edizione le opere di due artisti che operano nel nostro territorio, due individualità ben distinte che tuttavia esprimono una comune identità costituita da aspetti comuni alla loro ricerca e sorprendenti corrispondenze.
La formazione accademica innanzitutto, lo zoccolo di base come si dice, di natura tecnica e storico artistica; la ricerca raccolta e riflessiva all’interno del medium tradizionale per testarne i segni e le modalità operative, la loro tenuta e le potenzialità inespresse, se sono cioè in grado di esprimere qualcosa di nuovo; il riscatto della valenza autobiografica e autografica nel senso di una processualità operativa in cui si stratifica l’esperienza vissuta; il riscatto del quadro come paradigma artistico tuttora valido nella sua fisicità, sopra il quale l’atto del dipingere è vitale ed esistenziale, non residuale.

Negli esiti vi è un analogo risultato di leggerezza che si da per sottrazione di peso, secondo la lezione di Italo Calvino, definita con evidenti suggestioni del “mondo fluttuante” della pittura giapponese; la proposta di uno spazio multidimensionale e dis-orientato, senza coordinate stabili, che esprime il pensiero di una realtà instabile, fluida e virtuale. Per entrambi possiamo parlare di paesaggi in metamorfosi, in cui la rappresentazione può funzionare come modello per una nuova fruizione estetica, anche per noi, di ciò che conosciamo per riscoprire e guardare con altri occhi lo spettacolo di cui siamo attori e pubblico insieme.

Federica Amichetti è artista crossmediale per l’attitudine a praticare contesti espressivi diversicome la performance, il video, l’installazione, già dal tempo degli studi conclusi con una tesi sul “corpo come teatro”, aspetti successivamente approfonditi con esperienze teatrali e di recitazione con Betty Bee e Berhard Rüdiger. Così hanno preso vita opere centrate sulla natura, sui luoghi antropologici, sul corpo come natura, opere pensate e realizzate come percorsi iniziatici con sconfinamenti nella dimensione spirituale e nel sacro. Il corpo femminile come principio generativo, ma anche come corpo esposto all’azione dei sistemi e dei poteri – i disordini alimentari, la violenza sulla donna – hanno alimentato proposte polisensoriali e interattive di straordinaria potenza espressiva ed efficacia comunicativa (Mater Materia, 2013-2014; Saluti e baci, 2014; Storia di una resistenza e Pe(n)so, 2014).

Nei suoi Skinless e Liquiscapes pittorici l’artista costruisce «paesaggi evanescenti capaci di dispiegare l’occhio oltre la tela per catturare ricordi elusivi ed emozioni diluite nel mistero della caligine opalina» (Valentina Falcioni). Sono paesaggi “senza cielo”, come scrive Domenico Gioia, multidimensionali e galleggianti in uno spazio senza coordinate stabili e punti certi di riferimento,così come ci ha abituati la tradizione rappresentativa occidentale, realizzati ora in una materia liquida che dilaga in distesi sconfinamenti, ora in fitte tessiture trasparenti a tratto finissimo e leggero dove il rapprendersi di concrezioni materiche blocca lo sperdimento verso l’estrema rarefazione riconducendoci alla materialità dei sensi e alla dimensione terrena. Paesaggi dell’anima, scritture di segni, mappe dell’intimo e intime geografie, “iconografie dell’invisibile” (Paola Ballesi) che ci catturano con la magia del loro fascino e incanto poetico.

Marco Puca attinge ad una figuratività che nasce dal trattamento di elementi scoperti come per caso. Se di caso si può parlare, perché questa occorrenza misteriosa in cui avviene l’invenzione si precisa appunto lungo il processo del lavoro continuo, del fare, conoscere, osservare, paragonare e giudicare che orienta la scoperta di ciò che non si è mai visto prima.
La dimensione con cui abbiamo a che fare è la temporalità che si sedimenta nel processo dell’opera, un adesso in formazione e che si plasma nella materia diluita dell’acquerello e dell’inchiostro, nel bianco e nero fotografico che addensa l’indeterminatezza, circoscrive profili, conferisce profondità. L’artista «descrive due profili – scrive Umberto Palestini – il paesaggio geografico e il poetico territorio del volto umano. Diventano i soggetti che offrono all’autore la possibilità di sondare le tematiche dell’instabilità e della tensione e di trasformare la sua ricerca in una metafora più generale della società attuale, attraversata da sussulti, fratture, lacerazioni, dove lo sguardo unitario non possiede più alcuna certezza».

L’immagine “balena” come sotto una distorsione del campo visivo. Miotica (2016) è una serie di opere in cui l’artista ci offre il suo modello di visione “ad occhi socchiusi”, una accomodazione oculare su ciò che non si vede, su ciò che non c’è. L’immagine indistinta raggiunge un’acutezza ben più efficace della messa a fuoco perché ciò che per lui è importante è «mostrare le cose non come sono realmente, rivelandone il loro aspetto fantasmatico ed essenzialmente enigmatico» (Maria Rita Montagnani).

Nella serie Io bugiardo (2017) e Proteiforme (2018) le invenzioni fantastiche di creature in metamorfosi, come solo si può fare con l’immagine elettronica, vengono sostanziate dal riferimento storico all’immaginario surrealista delle figure mutanti fra i vari regni della natura in un discorso che propone una confluenza possibile tra naturale e artificiale, tra biologico e tecnologico, aggiornando in termini inediti il tradizionale rapporto arte-scienza.

Le opere che i due artisti ci presentano, si offrono come occasioni di ripensare alle cose, alle forme che conosciamo restituendole quasi allo stupore infantile. E qui, in questo varco e spiraglio che si è aperto, fugace ma vero, nella relazione che si stabilisce tra noi e il quadro che guardiamo, l’immagine ci cattura e ci rapisce perché intuiamo che siamo di fronte, anche, alla proposta di una nuova forma di Bellezza.

Loretta Fabrizi
17 Febbraio 2019